Praga nascosta: il bunker nucleare sotto Piazza Venceslao

A prima vista, Piazza Venceslao a Praga sembra una delle piazze più “normali” d’Europa.
Negozi, hotel storici che si mescolano a palazzi moderni, tram che “trillano”, turisti che salgono e scendono senza sosta lungo i circa 750 metri che uniscono il Museo Nazionale alla Città Vecchia. Un movimento continuo, quasi perpetuo. Eppure proprio lì sotto, a circa venti metri di profondità all’altezza del civico 45, esiste un luogo progettato per il momento in cui il mondo avrebbe potuto fermarsi.

Di cosa sto parlando? Di un bunker antiatomico risalente alla Guerra Fredda nascosto nelle viscere di uno degli edifici più iconici di tutta Václavské náměstí, e proprio per questo forse il più insospettabile: l’hotel Jalta. E mentre la maggior parte dei viaggiatori si riversa nel vicino Museo del Comunismo, che non ho ancora avuto modo di visitare ma su cui ho letto pareri piuttosto contrastanti, questo piccolo grande pezzo di storia continua a rimanere semi-sconosciuto. Negli ultimi anni si è cercato di promuoverlo, ma senza esagerare: d’altra parte si può accedere soltanto in piccoli gruppi accompagnati da una guida. Pur non avendo ancora termini di paragone, è difficile immaginare un luogo che più del bunker provi a spiegare certi aspetti dell’occupazione sovietica e cosa abbia significato per Praga e la Cecoslovacchia.

Hotel Jalta, icona anni ’50 di Piazza Venceslao

Prima ancora di scendere nel bunker vale la pena fermarsi un attimo a guardare il palazzo che lo custodisce.
Non ci vuole molto a scorgerlo. L’Hotel Jalta , uno degli edifici più iconici di Piazza Venceslao, colpisce immediatamente per il suo aspetto.

Costruito per riempire un lotto rimasto vuoto in seguito ai bombardamenti della Seconda guerra mondiale, o forse proprio con lo scopo di mascherare un rifugio antiatomico, alla sua apertura nel 1958 era considerato uno degli hotel più moderni e lussuosi della Cecoslovacchia. All’epoca offriva servizi molto avanzati per il Paese, come telefono, radio e televisione in camera. Dal punto di vista architettonico, l’edificio è spesso citato come uno dei migliori esempi cechi di realismo socialista, lo stile ufficiale dell’architettura sovietica del dopoguerra. Il progetto fu affidato all’architetto Antonín Tenzer, che disegnò non solo la struttura ma praticamente ogni dettaglio dell’hotel: dagli arredi ai lampadari, fino alle maniglie delle porte. La facciata è rivestita in travertino e decorata con sculture e dettagli tipici dell’architettura dell’epoca, anche se Tenzer riuscì a renderlo più elegante e meno monumentale rispetto a molti edifici simili costruiti nel blocco sovietico. D’altra parte, si trattava dell’edificio più costoso realizzato fino a quel momento in Cecoslovacchia. Attivissima la partecipazione al progetto dell’allora presidente Antonín Zápotocký, scalpellino di professione prima di entrare in politica e la cui foto appare in bella vista all’interno del bunker.

Negli anni della Guerra Fredda il prestigioso Jalta ospitava spesso delegazioni straniere, uomini d’affari e funzionari governativi che passavano da Praga. Quale rifugio migliore per le attività della polizia segreta cecoslovacca, che controllava molti degli ospiti e intercettava comunicazioni dall’area sotterranea dell’edificio. Il luogo progettato per resistere a un attacco nucleare, e che in caso di guerra sarebbe diventato un centro di comando militare del Patto di Varsavia, finì per servire soprattutto a questo: ascoltare. Niente guerra, ma occhi ed orecchie (nascosti) dappertutto.

Per decenni l’esistenza del bunker rimase top secret. Solo dopo la caduta del regime comunista e la Rivoluzione di velluto del 1989 la struttura fu scoperta. Il rifugio restò comunque sotto il controllo del Ministero della Difesa fino al 1998, quando venne definitivamente declassificato e restituito all’hotel. La trasformazione in museo è piuttosto recente e la si deve al gruppo Československé ozbrojené složky, ovvero degli appassionati di storia delle forze armate cecoslovacche desiderosi di condividere con visitatori da tutto il mondo un luogo così unico.

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Visitare il bunker della Guerra Fredda sotto l’Hotel Jalta

La visita del Museo della Guerra Fredda (Muzeum studené války) inizia nell’elegante hall dell’hotel, punto di ritrovo.
Nulla ti lascia intuire cosa si trovi sotto terra, almeno finché una guida vestita con una divisa militare ci accompagna verso un ascensore.
Poi le porte si chiudono, l’ascensore scende e nel giro di pochi secondi ci si ritrova circa venti metri sotto la piazza, dentro uno dei rifugi antiatomici più simbolici della Guerra Fredda.

Il gruppo è piccolo, e non potrebbe essere altrimenti visti gli spazi angusti. Seguo il nostro “comandante” insieme ai miei compagni di avventura madrelingua con la presunzione di essere al solito l’unica italiana imbucata in un tour in ceco. Peccato sia il 30 dicembre (2024). Manco non lo sapessi che per le vacanze e per i mercatini di Natale Praga è invasa da connazionali. Così mi ritrovo spalla a spalla con due ospiti dell’hotel e che, in mancanza di meglio da fare, si uniscono a noi. E io, che zitta mai, mi faccio intenerire dalla loro impossibilità di capirci qualcosa e mi improvviso estemporanea traduttrice, aggiungendo confusione alla confusione (“e perché studieresti ceco scusa??“).  Vabbè, digressione chiusa.

Una volta usciti dall’ascensore, passati attraverso un cancello di ferro e sceso una rampa di scale, la guida entra subito nei dettagli tecnici. Il bunker venne costruito insieme all’hotel tra il 1954 e il 1958. È grande circa 500 metri quadrati ed è protetto da spesse pareti in cemento armato progettate per resistere a esplosioni e radiazioni. In caso di guerra avrebbe potuto ospitare circa 150 persone. Le fonti non sono del tutto concordi sulla sua autonomia: secondo il museo poteva funzionare per circa due settimane in isolamento, mentre altre ricostruzioni parlano di periodi anche più lunghi grazie alle riserve d’acqua, ai sistemi autonomi di ventilazione e ai generatori. Proprio al sistema di aereazione che è dedicato l’incipit, supportato da un diagramma che cerca di spiegare un sistema non tra i più semplici.

Ma guai a pensare che il rifugio servisse solo come protezione per i pezzi grossi. Molte camere dell’hotel erano intercettate. Le telefonate passavano attraverso centralini controllati da agenti di polizia e registrate nei locali sotterranei. In pratica, mentre al piano superiore gli ospiti parlavano liberamente nelle camere o al telefono, sotto qualcuno ascoltava e prendeva appunti. Si dice che tutto l’edificio, non solo le camere, fosse pieno di microfoni.

La visita prosegue attraverso diversi ambienti che mostrano come sarebbe stato vivere qui durante un’emergenza nucleare.
Sono rimasta quasi scioccata dal fatto che il bunker fosse stato lasciato quasi totalmente vuoto. Ciò che possiamo ammirare oggi è il risultato del lavoro di ricerca di reperti autentici del gruppo Československé ozbrojené složky. Un capolavoro davvero.
Il percorso si snoda attraverso:

La sala medica

Un piccolo ambulatorio con strumenti chirurgici e attrezzature di emergenza, pensato per gestire eventuali feriti durante la permanenza nel bunker. La prima impressione se devo essere sincera è stata quella da film dell’orrore, le apparecchiature per l’epoca erano senz’altro avanzate ma vedere quelle enormi siringhe ed altri strumenti su un vassoio accanto al tavolo operatorio fa un certo effetto. La piccola porta metallica di fianco era invece una delle vie di fuga che si snodavano sotto Piazza Venceslao, i non claustrofobici possono provare l’ebrezza di gattonare lungo il tunnel fino a vedere un raggio di luce dalla superficie.

Le sale di comando

Le stanze del bunker sono state allestite per mostrare come potevano venire utilizzate durante la Guerra Fredda: lasciando perdere il manichino che perquisisce una valigia, molto interessante è la sala di comando dotata di sistemi di comunicazione e di un’enorme mappa “interattiva” sulla parete. Insieme ad un ampia gamma di apparecchiature di comunicazione e monitoraggio, è l’armeria che nel caso del mio gruppo ha riscosso particolare successo. 

La sala di filtraggio dell’aria

Uno degli elementi più importanti del rifugio. L’aria proveniente dall’esterno passava attraverso filtri speciali progettati per bloccare particelle radioattive.

Il centro di ascolto della polizia segreta

Uno dei compiti principali del bunker era semplicemente .ascoltare. Ed è una cosa che la guida ci spiega proprio davanti a uno dei tavoli più interessanti della visita. Sopra sono disposti diversi apparecchi che a prima vista ricordano vecchi centralini telefonici. In realtà erano parte del sistema utilizzato per intercettare i segnali provenienti dalle microspie nascoste nelle stanze dell’Hotel Jalta.

Sulla parete sopra il tavolo è appesa la planimetria dell’edificio. Le camere sono segnate con colori diversi: alcune indicano le stanze VIP, altre distinguono le varie tipologie di alloggio dell’hotel. È da qui che gli agenti della polizia segreta cecoslovacca, la StB, passavano ore ad ascoltare e registrare le conversazioni degli ospiti. Le microspie potevano essere ovunque: nei muri, nei paralumi delle lampade, sotto le spazzole per le scarpe, nei comodini o persino nei cassetti. Sapere che ogni parola poteva essere ascoltata da qualcuno seduto qui sotto rende l’atmosfera della stanza ancora più inquietante.

Informazioni pratiche su come visitare il bunker

Come dicevo all’inizio, il bunker si può visitare solo con tour guidati.
Le visite al museo sotterraneo dell’Hotel Jalta si svolgono in piccoli gruppi, quindi conviene prenotare con un po’ di anticipo. Sul sito del Museo della Guerra Fredda è possibile farlo fino a cinque ore prima dell’orario della visita, ma la disponibilità si esaurisce facilmente. Io stessa ho dovuto rimandare più di una volta perché online non trovavo più posti liberi.

La prenotazione è indicata come obbligatoria, anche se la mia esperienza con i miei compagni di avventura italiani racconta qualcosa di leggermente diverso. Probabilmente, se rimane qualche posto libero, può capitare che venga permesso di unirsi.

Al momento non sono previsti tour in italiano. Le visite sono in ceco o in inglese, con una disponibilità che può cambiare a seconda del giorno e del numero di partecipanti. La durata è di circa un’ora e permette di esplorare gran parte degli ambienti del bunker.

Una discesa relativamente breve, ma sufficiente per scoprire un’altra Praga, nascosta sotto la superficie di Piazza Venceslao.
E per ricordarsi che, a volte, le storie più interessanti di una città non si trovano davanti agli occhi, ma sotto i nostri piedi.

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