Viaggio in Macedonia del Nord: il nostro itinerario di 8 giorni

Il percorso di scoperta dell’ex Jugoslavia e dei Paesi che ne facevano parte, iniziato nel 2017 con Slovenia e Croazia, si è concluso nel 2024 con l’ultimo tassello del puzzle, quello meno considerato a livello turistico: la Macedonia del Nord. Postilla doverosa: sì, abbiamo visitato tutti e 6 i “pezzi”, ma non significa affatto che la storia finisce qui, anzi. Escludendo i viaggi in solitaria di Pavel, che ormai va più in Serbia che in Cechia e può affermare con ragione di conoscerla piuttosto bene, non siamo nemmeno lontanamente vicini al livello di “sapere” a cui aspiriamo. Senza contare che alcune zone mi hanno davvero rubato il cuore (Montenegro, mi senti?) ed ho intenzione di approfondire non appena possibile.

Ma andiamo alla protagonista di questo post, la Macedonia. Così la chiamano ancora i suoi abitanti, che spesso si rifiutano categoricamente di utilizzare il nome “imposto” con l’accordo di Prespo nel 2018 per “accontentare” la Grecia e così aderire finalmente alla NATO, attendendo l’agognato ingresso nell’Unione Europea. Ho trovato davvero interessante vedere quanto i vicini sembrino davvero accanirsi su una nazione oggi così piccola ed economicamente piuttosto debole.

Sia come in questo caso per il nome ufficiale, oppure per la rinuncia alla rivendicazione di legami diretti con Alessandro Magno e il padre Filippo II (anch’essa inclusa nell’accordo di Prespo); o per la lingua macedone, che la Bulgaria non riconosce come tale ma come “variante regionale” della propria, o ancora nel riconoscimento di eroi nazionali macedoni che i bulgari considerano invece come propri. Tutte queste, ragioni a quanto pare valide abbastanza perché sia Grecia che Bulgaria (oggi l’ “avversario” più agguerrito) si opponessero a più riprese all’adesione della Macedonia del Nord all’UE.

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Queste problematiche hanno influito anche sul lato prettamente turistico. Basti pensare a quello che è diventato il simbolo della capitale Skopje, ovvero l’enorme statua equestre al centro di Ploštad Makedonija (Piazza Macedonia): il nome ufficiale è un generico “Guerriero a cavallo”, ma tratti e simbolismo fanno chiaramente capire che è Alessandro Magno; così come, sul lato nord del Ponte di Pietra, le altre due statue di Filippo II ed Olimpia che osservano il figlio, e formano con lui un filo visivo ma anche, soprattutto, narrativo chiaro.

Il progetto “Skopje 2014″, questo il nome scelto dal suo promotore ed allora primo ministro Nikola Gruevski, ha visto il sorgere di un’infinità di sculture sparse per la capitale, insieme alla costruzione/ristrutturazione di decine di edifici e monumenti in stile neoclassico ed ellenistico. Lo scopo? Sostenere la narrazione del governo Gruevski secondo cui i moderni macedoni sarebbero i discendenti diretti degli antichi macedoni di Alessandro. Ideale per stemperare i toni con la Grecia insomma.

Cosa c’entrano i turisti? C’entrano eccome, perché Skopje è quasi impossibile da descrivere se non la si visita. È surreale e direi addirittura indimenticabile, anche se non necessariamente nel senso buono del termine. La nuova estetica ellenistica (colonne corinzie, frontoni, statue di eroi “antichi”) ha alterato il volto ottomano e socialista della città, cancellando parte del suo mosaico multiculturale. Quello che posso pensare io dopo una visita di due giorni non ha alcun peso, ma sono molti i macedoni (tra cui il mio caro e localissimo amico Vančo) a criticare il risultato finale e definirlo come costoso, kitsch ed ideologicamente revisionista.

Per la contentezza di Vančo e per la nostra, il viaggio in Macedonia del Nord ha toccato angoli più lontani e meno conosciuti, che ancora posseggono quell’anima autentica che la capitale sembra aver perso. E dove, udite udite, ci sono statue che portano ufficialmente il nome di Alessandro Magno!!!

Itinerario di 8 giorni in Macedonia del Nord

Giorno 1/2: Skopje

Il nostro viaggio in Macedonia del Nord non poteva che cominciare dalla capitale Skopje, collegata a Roma con voli diretti due volte a settimana (grazie alla compagnia Wizzair, prima ad aprire tutta la “rotta balcanica” non solo senza scali, ma a ottimi prezzi). Il piccolo aeroporto è collegato con il centro della capitale da sporadiche corse in bus, ragion per cui il modo più semplice per mettersi in marcia quanto prima è prendere un taxi. Mi raccomando, non farti abbindolare da quelli non ufficiali che, per quanto promettano il contrario, alla fine ti fanno spendere di più (indovina come lo so…): auto bianche numerate da 1 a 65 e passa la paura.

Il primo impatto con Skopje è stato strano, forse ancora più di quello con Podgorica. Bus rossi a due piani che, se non fosse per i palazzoni di cemento lungo le strade e le scritte in cirillico, uno quasi quasi potrebbe pensare di essere finito nelle periferie di Londra; statue, in quantità innumerevole e di dimensioni considerevoli, un po’ ovunque; un arco di trionfo che, se non fosse per le ragioni di prima, ti farebbe pensare un po’ a Parigi… ma la ciliegina sulla torta è lei, Piazza Macedonia con il suo pullulìo di sculture tra le quali svetta il celeberrimo “Guerriero a cavallo”, statua equestre di 14,5 metri poggiata su un piedistallo alto 10. Sul lato sud del fiume Vardar, ovvero la parte considerata più moderna, oltre a loro c’è la casa natale (oggi museo) di Madre Teresa e la particolarissima chiesa ortodossa di San Clemente di Ocrida.

Prima di passare alla parte nord, quella più antica ed autentica, vale davvero la pena dedicare del tempo a ciò che si trova sul Vardar: primo tra tutti uno dei simboli di Skopje, il Ponte di Pietra, così importante da comparire sullo stemma della città. Questo ponte di origine ottomana, che andò a sostituirne uno romano, è l’unico antico di questo tratto. Gli altri due sono, manco a dirlo, prodotti di “Skopje 2014″.
Il Ponte della Civiltà, che conduce alle porte del Museo Archeologico Nazionale, rappresenta la continuità storica: le 32 sculture evocano figure che hanno influenzato la regione secondo una prospettiva storica/nazionalistica. Il Ponte dell’Arte, che di statue ne ha “solo” 19, rende omaggio alla cultura moderna macedone, con artisti che sono simboli dell’identità culturale contemporanea. Peccato che molte delle targhe con i nomi siano misteriosamente sparite, anche se non servono per vedere che le figure femminili si contano sulle dita di una mano…
A completare il quadro, delle enormi barche in legno, che non sono navi vere ma strutture galleggianti fisse che ospitano ristoranti, bar ed addirittura un hotel.

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Prima di scoprire le zone più autentiche della capitale macedone nascoste tra i vicoli a nord del Vardar, tocca sorbirsi ancora “Skopje 2014″.
Quello che per me è lo scempio più grande si sviluppa quasi interamente sul lungofiume. Lasciamo stare le altre decine di statue che decorano il parapetto, ciò che mi ha reso davvero perplessa è l’aspetto del già nominato Museo Archeologico Nazionale e degli edifici adiacenti, tripudio di frontoni, colonne, capitelli. Una parodia. Soprattutto perché avvicinandosi ed osservando bene, oppure facendo il giro del complesso, si vede benissimo che quanto di “ellenico” è stato letteralmente appiccicato all’originale cubo di cemento e vetro, come per coprire ciò che c’è sotto. Fumo negli occhi, ma tant’è.

Tra il fiume e la Stara Čaršija di Skopje c’è ancora spazio per un’altra marea di statue, tra cui spiccano quella a Filippo II di Macedonia che, dall’alto dei suoi 28 metri tra scultura e basamento, osserva il figlio che fa capolino dalla parte opposta del Ponte di Pietra. Davanti a lui Olimpia, la madre di Alessandro, le cui figure adornano una statua che la mostra in diversi momenti, dalla gravidanza al giocare col bambino piccolo. Potrebbero poi mancare i santi Cirillo e Metodio??

L’antico bazar cittadino, distante poche decine di metri, trasporta in un mondo completamente diverso. Il rapporto della città con l’antica Macedonia, e di conseguenza con la cultura ellenistica, è innegabile, ma è quella ottomana ad averla plasmata nei secoli più recenti. E così, tra i vicoli della Čaršija, possiamo incontrare gente del posto mescolata con i (non molti) visitatori, negozi di souvenir che si alternano a botteghe e ristoranti, minareti che svettano come per assicurarsi che, almeno qui, tutto rimanga per quanto possibile immutato. È davvero un peccato l’aver trovato chiusa la Moschea di Mustafà Pascià, fortuna che la delusione si è affievolita grazie alla bellissima vista che si gode dalle mura della vicina fortezza di Skopje.

Come ogni capitale (o città) balcanica che si rispetti, per quanto qui si sia cercato di cancellarli almeno dalle strade più centrali, non si può non passare in rassegna gli edifici brutalisti più iconici. E che soddisfazioni dà Skopje!! All’ombra della Moschea si nasconde il Museo della Repubblica della Macedonia del Nord, ma è dalla fortezza che si può ammirare la vera chicca: la sede centrale delle Poste, un tripudio di forme che a me ha ricordato una melagrana. Alle sue spalle svettano le torri del centro di telecomunicazioni (TTC) nazionale, quasi a fondersi insieme. Spostandosi leggermente ad est del centro, l’Università dei Santi Cirillo e Metodio, la sede della Radio e Televisione nazionale e l’Accademia delle Scienze e delle Arti della Macedonia formano un trittico immancabile per chi ama questo tipo di architettura.

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Giorno 3: Croce del Millennio, Canyon Matka, Tetovo

L’auto a noleggio ha fatto il suo prepotente ingresso la mattina del terzo giorno, quando da Skopje non avevamo più molto da chiedere ed eravamo pronti a scoprire cos’altro avesse da offrire la Macedonia del Nord. Prima di salutare la capitale abbiamo però voluto vederla da ancora più in alto, ovvero da quella Croce del Millennio che è un punto di riferimento imprescindibile del panorama cittadino. La si raggiunge da Vodno, ma consiglio di consultare gli orari di salita e discesa perché le cabine sono in funzione solo una di fila mezz’ora con pause più o meno lunghe a seconda della stagione per le corse successive.

Una delle escursioni giornaliere più gettonate da Skopje è quella che porta nel cuore del Canyon Matka, uno dei luoghi più suggestivi della Macedonia del Nord. Se cerchi pareti calcaree che precipitano nell’acqua verde smeraldo del fiume Treska, piccoli monasteri nascosti tra le rocce e una quiete che sembra lontanissima dal ritmo della capitale, allora Matka è il luogo giusto. Noi abbiamo scelto di esplorarlo con un breve giro in barca in compagnia di altri (e pochi, vista la stagione) visitatori, il modo più semplice per ammirare la gola dall’acqua. La navigazione costeggia tratti spettacolari del canyon, anche se purtroppo questo giro nello specifico non è arrivato fino alla famosa grotta di Vrelo, considerata una delle più profonde del mondo nel suo tratto sommerso. Piccolo consiglio ovvio e non richiesto: prima di scegliere con chi “navigare” vaglia le opzioni disponibili senza fermarti alla prima solo perché il prezzo ti sembra ottimo; insomma, non fare come noi!
Il piccolo monastero di San Andrea, affacciato direttamente sull’omonimo lago artificiale, è un gioiellino medievale, peccato fosse chiuso. Di certo c’è che sia che si scelga la barca, il kayak o un trekking panoramico, il Canyon Matka è uno di quei posti che non si dimenticano e che meritano assolutamente di essere inseriti in un viaggio in Macedonia del Nord.

La giornata non poteva non chiudersi con qualcosa di altrettanto spettacolare, stavolta però partorito dalla mente (e dalle mani) dell’uomo. Specchio perfetto della multiculturalità della zona, a pochi chilometri dal confine con l’Albania e con una popolazione in gran parte albanese, la Moschea Colorata di Tetovo (Šarena Džamija) è una delle moschee più particolari dei Balcani. Costruita nel XV secolo e completamente ridecorata nel 1833, è famosa per la sua facciata ricoperta da centinaia di motivi geometrici e floreali dipinti a mano, come un’enorme opera d’arte all’aperto. L’interno non è da meno: pareti e soffitti esplodono in decorazioni vivaci, rosoni dipinti e arabeschi che creano un’atmosfera fiabesca.

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Giorno 4: Lago di Mavrovo, Monastero Bigorski, Struga

Del Parco Nazionale di Mavrovo non abbiamo visto molto. La scelta di dormire vicini alla sponda del lago ed in prossimità della chiesa sommersa di San Nicola si è rivelata la scelta migliore, benché la chiesa sommersa sembra non esserlo stata da un bel po’ di tempo. Più dell’edificio in sé, comunque suggestivo nonostante il livello bassissimo dell’acqua, mi porto nel cuore il cagnolone che ci ha fatto compagnia durante la passeggiata, i due micini che ci aspettavano davanti la porta dell’appartamento, il gattone che si è fatto la cena in comunione (letteralmente!) con noi. Ci siamo sentiti come fossimo parte di quella piccola comunità, tanto basta per rendere una piccola Mavrovo fuori stagione indimenticabile.

Al Monastero Bigorski, o Monastero di San Giovanni Battista, arrivano invece pellegrini da ogni parte dei Balcani e non solo. Fondato nel 1020 e ricostruito più volte nel corso dei secoli, si trova anch’esso nel Parco Nazionale di Mavrovo, in una posizione panoramica che sembra sospesa nel tempo. Il monastero è celebre per il suo straordinario iconostasi in legno scolpito, considerato un capolavoro dell’arte sacra balcanica, e per l’atmosfera di profonda tranquillità che avvolge tutto il complesso. Visitandolo si ha davvero la sensazione di entrare in un mondo a parte, dove storia, fede e natura si intrecciano perfettamente. Come già successo in altri monasteri ortodossi, anche qui alle donne si chiede di indossare una gonna sui pantaloni, fornita all’ingresso del complesso. Bonus non da poco, l’ottimo ristorante etnico all’imbocco della strada principale: Kukja na Mijacite ha un’architettura molto simile a quella del monastero e serve piatti davvero deliziosi.

Il quarto giorno in terra macedone si è concluso sulle sponde di un altro lago, un tantinello più conosciuto al di fuori della regione rispetto a quello di Mavrovo.
Il lago di Ohrid e la sua area circostante sono stati dichiarati Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO nel 1979, principalmente per il loro eccezionale valore naturale e culturale. Eravamo così entusiasti di averlo raggiunto da esserci fermati nella prima cittadina che abbiamo trovato di strada, Struga, che ha una passeggiata carina ma che non ci ha entusiasmato molto. Ciò che al contrario abbiamo davvero apprezzato è, manco a dirlo, il cibo, o meglio i dolci: quasi metà della popolazione è di etnia albanese e ciò che si trova nelle pasticcerie è molto più vario (ed assolutamente delizioso). Struga perfetta per una pausa caffè fuori stagione, per il resto lascio il giudizio in sospeso. Anche perché beccare un tramonto da sogno appena arrivati alla città di Ocrida bè… ha spazzato via tutta la concorrenza.

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Giorno 5: Lago di Ocrida

Ci vogliono 5 secondi netti per rendersi conto del perché Ocrida sia la destinazione più gettonata di ogni viaggio in Macedonia del Nord. Fama strameritata, altroché. Ma prima di dedicarci anima e cuore alla città, ci siamo spinti nella zona più a sud, di nuovo ad una manciata di chilometri dall’Albania. Qui si trova un altro monastero, molto diverso da quello di Bigorski ma altrettanto evocativo. Al posto della montagna c’è uno specchio d’acqua limpidissimo, con Sveti Naum che sorge proprio dove la sorgente delle acque del Drin alimenta il lago di Ohrid.

Dopo una bella passeggiata (lungo la quale non mancano ristoranti e negozi di souvenir), il monastero accoglie i numerosi visitatori con il suo cortile silenzioso… o quasi, perché i veri padroni di casa — i pavoni — hanno sempre qualcosa da dire. La magia però è dentro. Nella piccola chiesa, nella penombra fresca degli affreschi, si trova la tomba di San Naum, e qui tutti fanno la stessa cosa: avvicinarsi, appoggiare l’orecchio e vedere se davvero si sente quel famoso “battito”. Leggenda vuole che il cuore del santo continui a pulsare, e che chi ascolta con attenzione possa percepire quel ritmo antico che da mille anni accompagna il monastero. Peccato non aver letto della leggenda prima della visita, perché mentre gli altri erano in fila ad attendere il proprio turno, noi siamo arrivati al cospetto del piccolo altare e ce ne siamo andati per lasciare spazio a chi era dietro di noi dopo averlo velocemente ammirato. Senza capire perché tutti poggiassero l’orecchio a terra…

Dopo esserci dedicati alla parte sacra, che comprende anche l’adorabile chiesetta di Sveta Petka, imprescindibile una passeggiata lungolago, dove la sabbia fine e l’acqua cristallina mai farebbero pensare di trovarsi nel cuore dei Balcani. Per coloro che vogliono godersi la sorgente da più vicino, un giro in barca è l’opzione migliore.

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Proseguendo lungo la costa, poco più a nord, si arriva a un luogo completamente diverso ma altrettanto affascinante: la Baia delle Ossa, dove la Storia si fa ancora tangibile. Su un pontile in legno sorge la ricostruzione di un antico villaggio su palafitte, sospeso sull’acqua come tremila anni fa. Entrare nelle capanne, osservare gli oggetti della vita quotidiana, ascoltare il cigolio delle travi mentre il lago scorre sotto i piedi… è un piccolo grande viaggio nel tempo.
Prima di rientrare ad Ocrida, abbiamo seguito il consiglio del nostro host e ci siamo fermati a pranzo al ristorante/hotel Dva Bisera. Secondo lui tappa imprescindibile per la loro zuppa di pesce a colazione (!!!), noi ci siamo limitati a degli ottimi formaggi locali accompagnati da pane al sesamo e ad una gigante pljeskavica con abbondante kajmak. Lei sempre una certezza.

Abbiamo occupato le poche ore di luce rimanenti con una prima visita alla città di Ocrida, che avevamo brevemente esplorato la sera precedente. Nonostante le dimensioni contenute, c’è moltissimo da vedere ed un bel po’ di chilometri da percorrere. Così ci siamo dedicati alla parte alta, dove spicca il Monastero di San Pantaleone (Sveti PantelejmonPlaošnik). La chiesa che vediamo oggi è una ricostruzione moderna degli inizi del 2000 basata sulle ricerche archeologiche, perché l’originale era stata trasformata in moschea nel periodo ottomano e in seguito distrutta. Ancora più in alto e raggiungibile con una breve passeggiata c’è la fortezza di Samuele (che manco a dirlo abbiamo trovato chiusa), dallo zar Samuele di Bulgaria, che alla fine del X secolo fece di Ocrida la capitale del suo impero. La giornata non poteva che chiudersi tra i vicoli della città vecchia e quelli della Stara Čaršija. L’antico bazar è piuttosto piccolo, ma sempre molto caratteristico.

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Giorno 6: Lago di Ocrida e Bitola

Una giornata piena è il minimo sindacabile per visitare Ocrida. Noi ce ne siamo prese due metà e un pezzettino, decidendo di lasciarci per l’unica mattina in città la visita di quello che è considerato il luogo più visitato/fotografato/instagrammato della Macedonia del Nord: la chiesa di San Giovanni Teologo (Crkva Sveti Jovan Bogoslov) a Kaneo. Piccola, raccolta, posata su uno sperone di roccia che sembra fatto apposta per lei. La vedi da lontano, sospesa tra il cielo e l’acqua, e capisci subito perché tutti parlano di “cartolina vivente”. L’interno è semplice, buio e intimo, ma è fuori che si compie la magia. Il panorama abbraccia tutto: il Lago di Ocrida che si stende calmo, le montagne che lo circondano come in un abbraccio, e un silenzio che ha qualcosa di magico, specialmente se si è praticamente i soli visitatori.

Altrettanta attenzione la merita anche il centro, perché la città vecchia di Ocrida è uno di quei luoghi in cui è impossibile camminare dritti: ogni due passi ti fermi, ti giri, fotografi, ti perdi in un dettaglio. Il cuore è la Chiesa di Santa Sofia, con gli affreschi che da soli valgono il prezzo del biglietto. Da lì si diramano vicoli che salgono e scendono facendo slalom tra le case tradizionali ocridiane, le vere protagoniste. Hanno una forma unica: il piano superiore si allarga rispetto a quello inferiore, sporge verso la strada e crea un effetto “sospeso” che sembra quasi sfidare la gravità. Le pareti bianche, le travi scure a contrasto e le finestre multiple fanno il resto. La loro architettura è unica, qualcosa che contraddistingue Ocrida e che ne rende i suoi abitanti fieri.

Mentre cammini, te ne accorgi subito: anche l’illuminazione pubblica gli rende omaggio. Le lampade stradali riprendono proprio la forma delle case tradizionali—piccole, stilizzate, con il tetto arrotondato e il corpo bianco. Appese ai lampioni o ai muri, illuminano i vicoli con una luce calda e creano l’effetto di una città nella città, come se ogni lanterna fosse una miniatura che sorveglia il proprio angolo di storia.

Nonostante la voglia di scoprire cosa il viaggio in Macedonia del Nord avesse ancora da riservarci, mentirei se dicessi di aver lasciato Ocrida ed il lago a cuor leggero. Fortuna che la tappa successiva è stata diversamente, ma per certi versi altrettanto, entusiasmante.

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A Bitola abbiamo trovato tutto quello che è mancato a Skopje, già prima di entrarci davvero: Heraclea Lyncestis, l’antica città fondata da Filippo II di Macedonia, doveva essere chiusa, ma grazie ad una scolaresca abbiamo trovato i suoi cancelli aperti anche per noi (regola d’oro nei Balcani: provarci, sempre). Passeggiare tra i mosaici, il teatro e le antiche terme ci ha riportato un po’ ad Ocrida, oltre che molto più indietro nel tempo.

Poi arriva Bitola, ed è subito atmosfera. Il viale Širok Sokak ti accoglie con il suo elegante mix di palazzi ottomani e austro-ungarici. È la parte più raffinata della città, ideale per una breve passeggiata col naso all’insù. Ma basta deviare di pochi metri per ritrovarsi nel vecchio bazar, un mondo completamente diverso: botteghe di ogni tipo, odori forti, risate, artigiani al lavoro, l’energia tipica dei mercati che fanno parte del quotidiano. Nonostante le sue dimensioni si siano drasticamente ridotte rispetto all’era ottomana, rimane uno dei più grandi dei Balcani. A sorvegliare tutto, la torre dell’orologio, che domina la Bitola da secoli .
Appena fuori città, l’ennesima sorpresa: due carcasse degli aerei dell’aeronautica adagiati su una collina ed oggi ricoperti da murales.

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Giorno 7: Kruševo, Prilep, Stobi, Veles

Su Kruševo avevo al contrario aspettative altissime. Che non solo sono state rispettate, ma di gran lunga superate.
Kruševo è un villaggio appollaiato sulle montagne, tutto tetti rossi, vie ripide e tanto silenzio, soprattutto se arrivi in una fredda sera di fine ottobre con nessun altro in giro. Forse per questo il proprietario dell’unico ristorante che abbiamo trovato aperto è rimasto quasi scioccato nel vederci entrare, e mi piace pensare che quelle polpette piccanti come da antica ricetta le abbia preparate un po’ più buone del solito perché almeno gli abbiamo movimentato la serata.

La ragione principale per cui avevo inserito Kruševo nel nostro itinerario in Macedonia del Nord è manco a dirlo uno degli spomenik più iconici dell’antica Jugoslavia, il Monumento all’insurrezione di Ilinden, semplicemente chiamato Makedonium. Da spomenik che si rispetti, questa scultura-monumento ha forme astratte che in questo caso ricordano un enorme fiore spaziale bianco (o per alcuni la molecola del Covid!) che sembra atterrato lì per sbaglio. Invece racconta la storia dell’indipendenza e dell’identità macedone. Apprezzarlo da fuori è già di per sé un’esperienza fuori dal comune, ma se si ha (stavolta sì) la fortuna di beccare il custode ed ammirarne gli interni, è impossibile toglierselo dalla testa.

La seconda ragione per fermarsi a Kruševo era il museo dedicato a Toše Proeski, la voce più amata del Paese, morto troppo presto. L’Elvis dei Balcani, così lo chiamavano i suoi tantissimi estimatori, viene ricordato attraverso un edificio dove a regnare è il bianco, riempito di oggetti personali, fotografie, musica che esce dalle stanze e ti accompagna. Conoscevamo alcune delle sue canzoni, ne abbiamo ascoltate altre in auto durante il viaggio ed ancora di più dopo. Una visita che lascia una grandissima malinconia anche senza conoscere bene la sua storia. Dalla parte opposta della strada, nel piccolo cimitero, si trova anche la tomba di famiglia dove Toše riposa con il padre, e che è diventata luogo di pellegrinaggio tanto quanto il museo.

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Anche a Prilep, la città più grande di questo angolo di Macedonia del Nord, c’è un piccolo monumento dedicato a Toše, che qui era nato. Quello che più mi ha colpito di lei è però il suo saper essere diretta, nel bene e nel male: nel centro, tra caffè e palazzi un po’ vissuti, spicca il minareto crollato della vecchia moschea ottomana Čarši. Di certo non mi sarei aspettata che si trattasse del risultato delle tensioni religiose interne che nel 2001 portò un gruppo di 30 fanatici ad incendiarla. A pochi metri, la torre dell’orologio fa la guardia sull’antico bazar; bella architettonicamente, ciò che davvero colpisce è la sua forte inclinazione, tanto che è categorizzata come torre pendente.
Tra palazzi e monumenti che fanno sentire dentro una cartolina degli anni ’80, spunta anche una statua di Alessandro Magno che, a differenza di quella di Skopje, porta davvero il suo nome. Nessun eufemismo, nessun giro di parole. Solo Aleksandar Makedonski.

E poi c’è lo spomenik. Nel cuore del Parco della Rivoluzione si trova il Tumulo funerario degli imbattuti (traduzione approssimativa), monumento opera del grande architetto serbo Bogdan Bogdanović in memoria dei quasi 800 partigiani che morirono per liberare Prilep dall’occupazione nazi-fascista.
Insomma, a Prilep non manca davvero niente e la considero una tappa imprescindibile di qualsiasi viaggio in Macedonia del Nord per cercare di comprendere davvero la sua storia.

Siccome non c’è due senza tre, dopo due tappe così entusiasmanti la terza non poteva essere da meno.
Stobi è uno di quei siti archeologici che ti lascia senza fiato. Situata alla confluenza dei fiumi Crna e Vardar, questa antica città romana e paleocristiana racconta duemila anni di storia. Passeggi tra strade lastricate, colonne, templi e antichi edifici pubblici, mentre mosaici dai colori incredibili brillano sotto il sole, mostrando scene mitologiche e motivi geometrici che ancora oggi sembrano vivi. Il bello di Stobi è che non si tratta di un museo chiuso: gli archeologi (tra l’altro anche italiani) stanno ancora scavando, e ogni anno nuove scoperte aggiungono pezzi a questo puzzle antico. Si percepisce un senso di magia e mistero, perché camminare tra le rovine è come entrare in un mondo sospeso tra passato e presente. Avere la possibilità di farlo in solitudine è stato uno dei regali più belli che la Macedonia ci ha dato. Purtroppo un’ora scarsa a disposizione ce la siamo far dovuta bastare, ma tienine almeno un paio perché c’è tanto da vedere ed il sito è molto esteso.

Ultimo stop di giornata Veles, manco a dirlo per un altro iconico spomenik. Oltre a ricordare i partigiani che difesero la città, Kosturnica è un vero e proprio ossario che custodisce i resti di un centinaio di loro. La sua forma, che si sviluppa sul fianco della collina, si ispira a quella di un papavero capovolto e troneggia su tutta la città. Il tramonto più bello di tutto il viaggio in Macedonia del Nord l’abbiamo ammirato proprio tra le sue forme.

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Giorno 8: Kuklica, Memoriale dell’ASNOM, Kumanovo

L’ultimo giorno ci ha visti risalire verso nord per raggiungere nuovamente Skopje (non la fine di questo specifico viaggio, che è continuato con una giornata a Leskovac e due giorni a Sofia). A Kuklica, le famose “bambole di pietra” non ci hanno proprio conquistati e non saprei nemmeno spiegarne il motivo. Si tratta di 120 pilastri in pietra formatisi nel corso di migliaia di anni che devono il loro nome alla forma, che ricorda appunto delle persone. Il sito è piuttosto piccolo e si può liberamente camminare tra le formazioni rocciose.

A pochissimi chilometri dal confine con la Serbia, il Memoriale dell’ASNOM è stato l’ultimo tassello per cercare di capire la Macedonia del recente passato e del presente. La guida ci ha spiegato che l’edificio non è la sede originale, perché il luogo in cui nel 1944 si tenne la prima Assemblea anti-fascista per la liberazione nazionale della Macedonia si trova oggi in territorio serbo, nel monastero di Prohor Pčinjski. Per questo la Macedonia del Nord ha costruito una riproduzione commemorativa, un museo che custodisce la memoria dell’evento fondativo dello Stato. All’esterno, i grandi mosaici raccontano la lotta partigiana, gli ideali della nuova repubblica e l’energia di un Paese che stava cercando di definirsi: colori decisi, figure stilizzate e tanto simbolismo.

A Kumanovo, invece, siamo arrivati attratti dallo spomenik proprio come era successo con Veles. Abbarbicato sulla cima di una collina fuori dal centro, ricorda i partigiani e gli abitanti della città che persero la vita per difenderla durante la seconda guerra mondiale. Kumanovo in sé, diciamolo, non ci ha trasmesso molto: traffico, poca atmosfera e un centro senza grandi spunti. Sarebbe stato meglio impiegare il tempo a disposizione per visitare un altro sito naturale non lontano dall’ASNOM, ovvero l’osservatorio megalitico astronomico di Kokino, risalente all’età del bronzo.
Ma dovevamo pur lasciare qualcosa per la prossima volta, no?

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